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Anfore romane: al MuSel la testimonianza di ciò che giace sui fondali

Da secoli il Mar Mediterraneo intero ospita una specie silente e stoica. Gli esemplari più noti presentano ventri e colli allungati, impettiti da armoniose bombature giacciono sulla sabbia in attesa di agguantare l’unica preda capace di divincolarli da un’anchilosi millenaria: la curiosità umana. Perché è esattamente questo che le anfore nei nostri mari fanno, qualora rinvenute: narrano le storie di traffici, porti e approdi un tempo fiorenti ormai dimenticati, naufragi e molto altro ancora. La ricerca archeologica condotta per mezzo di esperti sommozzatori permette di individuare e portare in salvo reperti subacquei altrimenti irraggiungibili.

Le anfore custodite presso il MuSel sono fra queste. Corposi recipienti in terracotta che favoriscono la ricerca scientifica proprio a partire dal punto del loro rinvenimento.

​Da Levanto a Bonassola, Moneglia, Sestri e Rapallo: è sorprendente riconoscere in questi punti gli antenati degli odierni attracchi dei battelli turistici che proprio in questa stagione popolano le nostre coste.
​Nel Tigullio esisteva infatti una fitta rete di trasporti intercorrenti tra Punta Mesco e Portofino. Tra reperti isolati e giacimenti di diverse epoche il mare costituisce il vero trait d’union di questa nostra storia che, avuto inizio durante la lontana Età del Bronzo, si amplifica e rafforza lungo i secoli che vanno dal II sec. a.C. al V sec a.C.

Durante le odierne escursioni dei sub, quando i ritrovamenti si rivelano particolarmente numerosi e concentrati, con tutta probabilità ci si trova davanti alla testimonianza di una fitta frequentazione del tratto da parte delle imbarcazioni che, in condizioni di navigazione avverse, alleggerivano le proprie stive gettando il carico a mare per recuperare manovrabilità.

Naturalmente questa non è la sola ragione.

Nei casi più sfortunati, le navi affondavano con tutto il carico divenendo presto relitti dimenticati.
​Dopo secoli di immersione lo scafo ligneo si disgrega: carico e dotazioni di bordo sono gli unici a sopravvivere sul fondo.

Il caso più tipico è quello dalle navi da trasporto di epoca romana, dette onerarie, che raggiungevano notevoli dimensioni, suggerite oggi solo dalla sopravvivenza delle loro grandi ancore. Le onerarie percorrevano le lunghe rotte tirreniche trasportando soprattutto derrate alimentari, distribuite in capaci contenitori detti anfore, stivati con perizia.
​A titolo d’esempio è bene citare il sito di San Michele di Pagana: un grande deposito archeologico subacqueo datato tra II sec a.C. e V sec. d.C.

Al MuSel in particolare sono esposte anfore per il trasporto di vino, prodotte intorno al II sec. a.C. Dopo le indagini sono emerse due diverse ipotesi sulla natura del sito. Il giacimento potrebbe indicare l’affondamento di uno o più relitti oppure, più probabilmente, rappresentare un deposito relativo ad attività di scalo e ancoraggio. Sappiamo dalle fonti che le navi usavano come bacini di approdo baie, promontori e rade in grado di offrire protezione da venti e correnti: uno di questi luoghi è la vicina Portofino. La natura del deposito di San Michele di Pagana e la stessa conformazione della baia parrebbero indicare il sito come uno scalo satellite del principale Portus Delphini. Dato che era frequente nei porti perdere accidentalmente materiale o gettare a mare quello inutilizzabile, l’uso del bacino di San Michele attraverso epoche diverse può in effetti aver dato origine alla stratificazione archeologica.

È possibile ammirare questi e molti altri reperti d’Epoca Romana presso il MuSel.

Immagine di Nicola Sanguineti

Nicola Sanguineti

Classe 1999, mi sono laureato in Italianistica presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre appassionato di letteratura, comunicazione e arti visuali, svolgo l'attività di redattore presso aritmie.org per il quale intervisto scrittrici e scrittori di fama nazionale. Attualmente lavoro per l'area culturale di Mediaterraneo Servizi

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